Quella notte di dicembre a Maputo

Il quartiere delle ambasciate, a Maputo, scende dolcemente fino al mare. Giunti a riva, quando la luna è alta e il vento offre un po’ di tregua, è facile specchiarsi nelle acque dell’oceano Indiano ed abbandonarsi completamente ai propri pensieri.
E’ stato così anche in una notte di dicembre del 2000 quando, camminando lungo la spiaggia mi sono fermato a osservare alcuni ragazzini, straccioni e sorridenti, che giocavano e pescavano con canne di fortuna. Pensavo al loro attaccamento alla vita, alla loro passione, alla loro gioia apparente che contrastava con il loro stato d’assoluto abbandono. Li ho guardati a lungo e, quando anche loro si sono accorti di me, sono stato circondato dal branco e da decine di piccole mani che chiedevano, implorandomi, qualche soldo. È stato in quel momento che ho visto l’allegria scomparire dai loro volti, immediatamente trasformati in tragiche maschere di antico dolore. Ho sorriso più per l’inadeguatezza che per la malizia dei miei pensieri.
Ho dato loro qualche spicciolo e per un po’ ho anche pescato con loro. Non li capivo e non mi capivano. Capivo però che l’abbandono e l’assenza di futuro avrebbe, nel tempo, lasciato spazio a volti solo sofferenti cancellando ogni traccia d’allegria e di vitalità. Sono rimasto con loro circa mezz’ora, paralizzato in questo pensiero.
Poi ho ripreso a camminare arrivando fino al grande fiume che si tuffa nell’oceano. Sull’altra sponda era visibile, nell’oscurità, un lembo di terra che sapevo abitato da decine di migliaia di famiglie. Mi colpì, quella notte, l’assoluta assenza di luci, il buio spettrale del villaggio e la povertà di una comunità che non era in grado di illuminare anche solo con una lampadina il proprio sonno. Quale differenza con la sfarzosa e sfavillante illuminazione delle nostre città. Quale contrasto con lo scintillio dei lampioni che ci rassicura dalle nostre paure. Quale distanza dalle città dalle mille luci che accompagnano le nostre notti.
Ripensando a quella passeggiata e ai bambini, alla fame, al loro futuro, mi sono domandato come avrei potuto illuminarlo.
Cosa avrebbe potuto fare Saman per rischiarare la lunga, interminabile, notte africana?

Da questo confuso e casuale accostamento di emozioni nasce l’idea del progetto “mille cene per Maputo” .
Mille luci che possano illuminare e accompagnare il futuro di quel gruppetto di ragazzini.
Da allora sono tornato altre volte in Mozambico per un progetto di prevenzione, ho lavorato per costituire un iniziale gruppo di persone e dare vita ad una associazione promossa da noi, ma composta da mozambicani.
Sono tornato spesso in quella spiaggia e ho incontrato molti altri ragazzi e ragazze, bambini e bambine a cui la notte non dà sollievo.

Achille Saletti, Saman

“Mille cene per Maputo” è la nostra risposta.